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Arthur Koestler: Buio a mezzogiorno

requiempereyquem@yahoo.com 27 Ago 2016 04:44
Rubasciov guardò le macchie d'umidità sui muri della sua cella. Tolse la
coperta dal letto e se ne avvolse le spalle; affrettò il passo, mettendosi
quasi a correre a piccoli salti, e voltandosi bruscamente ogni qualvolta
giungeva dinanzi alla porta e alla finestra; ma i brividi continuavano a
scorrergli lungo la schiena. Anche il brusío nelle orecchie continuava,
frammisto a voci vaghe, molli; egli non riusciva a capire se provenissero dal
corridoio o se fosse lui che soffriva d'allucinazioni. "È l'orbitale", si
disse; "la colpa è della radice spezzata del canino sotto l'occhio. Sentirò
domani il medico, ma nel frattempo c'è ancora molto da fare. Bisogna trovare la
causa della deficienza del Partito. Tutti i nostri principi erano giusti, ma i
risultati sono sbagliati. Questo è un secolo malato. Abbiamo diagnosticato la
malattia e le sue cause con esattezza microscopica, ma ogni qualvolta abbiamo
applicato il bisturi nuovi mali si sono sviluppati. La nostra volontà era pura
e ferma, avremmo dovuto essere amati dal popolo. Ma il popolo ci odia. Perché
siamo tanto odiati?
"Abbiamo portato al popolo la verità e sulle nostre ******* essa suona come
una bugia. Abbiamo portato la libertà ed essa appare nelle nostre mani come una
sferza. Abbiamo portato la vera vita, e dove risuona la nostra voce le piante si
avvizziscono e s'ode un fruscio di foglie secche. Abbiamo portato la promessa
del futuro, ma la nostra ******* balbettava e ringhiava..."
Rabbrividí. Un'immagine gli comparve alla mente, una grande fotografia in
una cornice di legno: i delegati al primo Congresso del Partito. Erano seduti
attorno a una grande tavola, chi con i gomiti puntati sopra, altri con le mani
sulle ginocchia; seri e barbuti tutti guardavano fisso verso l'obiettivo. Sopra
ogni testa si vedeva un piccolo cerchio, che racchiudeva un numero
corrispondente a un nome stampato ai piedi della fotografia. Tutti erano
solenni, solo il vecchio che presiedeva aveva un'espressione scaltra e divertita
negli occhi obliqui da tartaro. Rubasciov era il secondo alla sua destra, col
pince-nez sul naso. Il N. 1 era seduto all'altro capo della tavola, in fondo,
massiccio e quadrato. Sembrava la riunione del Consiglio municipale di una
cittadina di provincia, e preparavano invece la più grande rivoluzione della
Storia. Erano a quel tempo un pugno d'uomini di una specie interamente nuova:
filosofi militanti. Conoscevano tutti le prigioni delle città europee come i
viaggiatori di commercio conoscono gli alberghi delle loro "piazze". Sognavano
la conquista del potere per abolire il potere; di governare sul popolo per
svezzarlo dall'abitudine di essere governato. Tutti i loro pensieri si
trasformavano in fatti e tutti i loro sogni divenivano realtà. Dove erano? I
loro cervelli, che avevano cambiato il corso del mondo, avevano ricevuto ognuno
una scarica di piombo. Chi nella fronte, che nella nuca. Solo due o tre s'erano
salvati, erano spersi pel mondo, logori, finiti. E lui; e il N. 1. Mondadori,
1966, pp. 68-70


Rubasciov fissava attraverso l'inferriata la striscia azzurra sopra la
torretta della mitragliatrice. Volgendosi a considerare il suo passato, gli
sembrava ora di avere per quarant'anni corso alla cieca, la cieca corsa della
ragione pura. Forse non s'addiceva a un uomo liberarsi completamente dai vecchi
ceppi, dai freni di controllo del "Tu non devi" e del "Tu non puoi", avere cioè
il permesso di correre diritto alla propria mèta.
L'azzurro aveva cominciato a sfumare nel rosa, scendeva il crepuscolo; alti
sopra la torretta neri uccelli volavano in ampi cerchi, a colpi d'ala lenti,
decisi. No, l'equazione non reggeva. Evidentemente non bastava dirigere gli
sguardi dell'uomo verso une mèta e mettergli un pugnale in mano; non gli
conveniva fare esperimenti con un coltello. Forse piú tardi, un giorno. Per il
momento, era ancor troppo giovane e maldestro. Come aveva infuriato nel gran
campo dell'esperimento, la Patria della Rivoluzione, il Baluardo della Libertà!
Gletkin giustificava tutto quanto era avvenuto col principio che il baluardo
doveva essere conservato. Ma qual era l'interno del bastione? No, non si poteva
fabbricare il Paradiso con del cemento. Il bastione si sarebbe conservato, ma
non aveva più messaggi, non era più un esempio da dare al mondo. Il regime del
N. 1 aveva infranto l'ideale dello Stato Sociale cosí come certi Papi del
me*****evo avevano infranto l'ideale di un Impero Cristiano. La bandiera della
Rivoluzione era a mezz'asta.
Rubasciov passeggiava per la sua cella. Tutto era tranquillo, ed era quasi
buio. Non poteva passare molto prima che lo venissero a prendere. C'era un
errore nell'equazione... no, in tutto il sistema matematico di pensiero. Egli ne
aveva il sospetto già da molto tempo, fin dal suo incontro con Riccardo e la
"Pietà", ma non aveva mai osato confessarlo completamente a se stesso. Forse la
Rivoluzione era venuta troppo presto, aborto dalle membra mostruose, deformi.
Forse tutto quanto era stato un grave errore di tempo. Anche la civiltà romana
sembrava essere condannata a morte fin dal I secolo avanti ******* era parsa
marcia nelle midolla come la nostra; anche allora i migliori avevano creduto che
i tempi fossero maturi per grandi cambiamenti; e tuttavia il vecchio, logoro
mondo aveva resistito per altri cinquecento anni. La Storia aveva pulsazioni
lente; l'uomo computa in anni, la Storia in generazioni. Forse s'era soltanto al
secondo giorno della Creazione. Come gli sarebbe piaciuto vivere per costruire
la teoria della relativa maturità delle masse!...
Tutto era tranquillo nella cella. Rubasciov udiva solo il fruscío dei suoi
passi sulle mattonelle. Sei passi e mezzo fino alla porta, dove sarebbero
comparsi per venirlo a prendere, sei passi e mezzo fino alla finestra, oltre cui
scendeva la notte. Tra breve sarebbe stato tutto finito. Ma quando egli si
chiedeva: "Per che cosa muori tu, in realtà?", non trovava alcuna risposta.
C'era un errore nel sistema; forse consisteva nel precetto, ch'egli aveva
considerato finora incontestabile, in nome del quale aveva sacrificato gli altri
ed ora egli stesso veniva sacrificato: nel precetto, che il fine giustifica i
mezzi. Era questa frase che aveva ucciso la grande fraternità della Rivoluzione
e gettato tutti allo sbaraglio. Che cosa aveva scritto egli una volta nel suo
diario?`"Abbiamo gettato a mare tutte le convenzioni, la nostra sola guida è
quella della logica conseguente; navighiamo senza zavorra etica."
Forse la radice del male era tutta qui. Forse non s'addiceva all'umanità
navigare senza zavorra. E forse la ragione soltanto era una bussola difettosa,
che faceva seguire una rotta cosí tortuosa da fare sparire nella nebbia il
punto d'approdo.
Forse ora veniva il tempo della grande tenebra.
Forse piú tardi, molto piú tardi, il nuovo movimento sarebbe sorto... con
nuove bandiere, con un nuovo spirito, conscio e della fatalità economica e del
"senso oceanico". Forse i membri del nuovo partito avrebbero portato tonache
fratesche e predicato che solo la purità dei mezzi può giustificare il fine.
Forse avrebbero insegnato ch'è fallace il detto secondo cui un uomo è il
prodotto di un milione diviso per un milione e avrebbero introdotto una nuova
specie di aritmetica basata sulla moltiplicazione, in modo da formare con un
milione di individui una nuova entità che, non piú massa amorfa, sviluppasse
una coscienza e un'individualità propria, con una "sensazione oceanica"
accresciuta di un milione di volte, in uno spazio illimitato e tuttavia
contenuto in se stesso.
Rubasciov interruppe la sua passeggiata e tese l'orecchio. Un suono
tambureggiante, soffocato si propagava per il corridoio. Ibidem, pp. 286-8

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