Recensioni di libri da parte dei lettori
 

Somerset Maugham: Il fantasma nell'arma*****

requiempereyquem@yahoo.com 24 Feb 2016 04:29
Molti autori, usi alla preoccupazione dello scrivere, hanno la cattiva abitudine
di scegliere le parole con troppa cura anche durante la conversazione. Essi
compongono le loro frasi con scrupolosa perfezione e non dicono nulla di più,
nè di meno, di quel che pensano. Questo fa sì che le persone dell'alta
società, il cui vocabolario è limitato ai semplici bisogni spirituali, trovino
«temibili» i rapporti con loro, e di conseguenza ne cerchino la compagnia con
una certa esitazione. Niente di simile con Roy. Egli sapeva chiacchierare con un
custode di una sala da ballo nel linguaggio a questi comprensibile, e con una
contessa appassionata di cavalli nel linguaggio dei suoi stallieri. Tutti
dicevano di lui, con entusiasmo e sollievo, che non sembrava affatto uno
scrittore. Nessun complimento gli faceva maggior piacere. È opportuno usare
molte «frasi fatte» (nel momento in cui scrivo «nobody's business» è la
più in voga), aggettivi popolari (come «divine» o «shymaking»), verbi il
cui significato si può conoscere solo se si vive in qualche ambiente
particolare; tutto questo dà alla conversazione un senso di brillante intimità
e risparmia la necessità di pensare. Gli americani, il popolo più pratico
della terra, hanno portato questo metodo a un tale punto di perfezione e
fabbricato un così vasto complesso di frasi fatte e di gergo corrente da poter
condurre una conversazione divertente e animata senza mai riflettere un istante
su quel che stanno dicendo, permettendo così alla mente di considerare le cose
per loro più importanti: i grossi affari e le faccende del ******* Garzanti,
1965, pp. 23-4


Ella si lanciò in una conversazione che, a giudicare dal tono, era gaia e di
natura galante. Io non vi prestavo molta attenzione e, siccome sembrava
prolungarsi, mi misi a meditare sulla vita dello scrittore. È piena di
tribolazioni. Dapprima egli deve sopportare la povertà e l'indifferenza del
mondo; poi, raggiunto un certo successo, deve sottomettersi di buona grazia ai
suoi incerti. Egli è schiavo del volubile pubblico. È alla mercè dei
giornalisti che vogliono intervistarlo e dei fotografi che vogliono ritrarlo,
degli editori che lo molestano per avere il manoscritto e degli agenti delle
tasse che lo molestano perchè paghi le tasse sul reddito, delle persone di
rango che lo invitano a pranzo e dei segretari degli istituti che lo invitano a
far conferenze, di donne che lo vogliono come marito e di donne che vogliono
divorziare da lui, di giovani che vogliono il suo autografo e di attori che
reclamano una parte dei diritti, di estranei che domandano un prestito, di
signore invadenti che desiderano un consiglio sui loro affari matrimoniali e di
abili giovanotti che vogliono un consiglio sui loro saggi letterari, di agenti,
pubblicisti, impresari, seccatori, ammiratori, critici, e della propria
coscienza. Però ha un compenso. Qualsiasi cosa abbia nella mente, una
riflessione assillante, dolore per la morte di un amico, amore non condiviso,
orgoglio ferito, collera per il tradimento di qualcuno a cui egli ha dimostrato
gentilezza, insomma ogni emozione o perplessità o pensiero, egli non ha che da
buttar nero su bianco servendosene come argomento di un racconto o come
ornamento di un bozzetto, e tutto è dimenticato. Egli è l'unico l'uomo libero
del mondo. Ibidem, pp. 222-3

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